Acernews Dicembre 2018

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LIBRO SUI QUARTIERI POPOLARI: COPIE IN ACER PER GLI INQUILINI

Non c’è una finestra a cui non sia attaccata una tenda. Perché in cortile, al di là del muro, ci sono volti che non si dimenticano, altri di cui si nutre paura, a volte solo per diffidenza, senza un motivo reale. Si riconoscono i passi sul pianerottolo, gli odori della cucina, le voci, lo zampettare dei cani. Ma è nascosti dietro alla finestra che ci si sente a casa, protetti, a proprio agio. Lo spioncino sulla porta di ingresso mette al sicuro dalle scampanellate del vicino sconosciuto, mentre si impreca per quel portone, in fondo alle scale, che qualche maleducato lascia sempre aperto. Se riesci ad entrare, se varchi la porta principale, ti accorgi che, dietro quella finestra, ci sono vite che si assomigliano terribilmente: corse per fare la spesa, quel lavoro che non dà alcuna soddisfazione, i compiti dei ragazzi che non finiscono mai, il pallone, il disordine in camera, i panni da lavare e le bollette da pagare. E poi le risate per i racconti dei figli, la musica per la festa di compleanno, la nuova ricetta per la crostata, il cucciolo adottato al canile. La vita. Acer ha chiesto a Monica Auditore, fotografa, di provare ad “entrare” nella vita dei suoi quartieri, dimostrando che vivere nelle case di edilizia residenziale pubblica non significa - come vuole la credenza popolare - vivere nel degrado, nella sporcizia e in un mondo piatto, senza sfumature. Anzi. Le zone della città in cui si verificano atti di cronaca nera non sono certo circoscritte alle aree dei condomini popolari.  Il problema comune a chi abita in centro, come in periferia, in condominio come in casa singola è sempre lo stesso: vicini di casa, lontani di origine. In alcune di queste case Monica è riuscita ad entrare: nel suo viaggio in provincia e in città è stata accolta il più delle volte con l’orgoglio di far vedere il proprio alloggio, con la voglia di raccontare la propria storia, unica ma simile a tante altre; altre, dal balcone, senza poter salire, perché “di questi tempi meglio essere prudenti”; e, in rare occasioni, allontanata come quei nuovi vicini che sono così diversi dagli altri. Al compito che Acer le ha affidato Monica ha risposto con oltre quaranta immagini che rispecchiano una realtà diversa da quanto si pensa.  Nelle sue foto, volutamente in bianco e nero, ha saputo evidenziare quanto la vita nei quartieri popolari sia colorata, ricca di emozioni, di generosità e di senso di appartenenza a radici profonde. Il libro “La finestra di fronte”, che sarà presentato a dicembre, è la strenna natalizia di Acer Piacenza a disposizione di tutti i cittadini che vogliano far parte del segreto del successo popolare.

PREMIAZIONE E BRINDISI IL 15 DICEMBRE

Si tiene sabato 15 dicembre alle 16 la premiazione del Concorso “Tutti più vicini” a cui hanno partecipato le famiglie che desiderano dimostrare quanta cura hanno dell’alloggio loro assegnato dai Comuni. Nel corso della premiazione, in cui saranno presenti il presidente Patrizio Losi e i rappresentanti di Acer Piacenza e dei Comuni degli inquilini che hanno partecipato all’iniziativa, ci sarà un momento dedicato alla presentazione del libro “La Finestra di Fronte”, di cui verrà donata una copia ai presenti. La cerimonia è sostenuta dalla Coop Consumatori Nord Est che ha offerto i premi da donare ai concorrenti. Vi aspettiamo numerosi anche solo per lo scambio di auguri e per un brindisi in prossimità delle feste natalizie. Info: 329.6069820 .

QUANDO LA PORTA DELLA VICINA ERA SEMPRE APERTA

Ai “Mulini degli Orti”, alla fine degli anni ’50, l’atmosfera era quella descritta da Molnàr nel famoso romanzo “I ragazzi della via Pal”. Il quartiere era una grande famiglia: le persone che vi abitavano erano umili di origini ma ricche di sentimenti, di umanità. Il problema di uno del quartiere diventava il problema di tutti e della sua soluzione tutti si prendevano carico. Antonio Levoni, consigliere comunale di Piacenza, era uno di quei ragazzi e lì, dove è nato e vissuto fino a quattordici anni, ha trascorso l’esperienza più bella della sua vita: «In quegli anni, vivendo nei quartieri popolari, ci si sentiva di appartenere a qualcosa di vero. Mia mamma era maestra e insegnava alla “De Amicis”. Abitavamo al secondo piano di un condominio a tre piani con doppia scala. Quando la mamma usciva per andare a scuola lasciava la porta aperta, così come la mia vicina, la mitica signora Teresa. Entravo e uscivo da casa sua come se fosse mia. Ed era così per tutti». Un quartiere con nove condomini in cui non faceva differenza questo o quell’alloggio, la metratura di questo o quell’appartamento. Perché, come in una grande famiglia, il quartiere era una grande casa: «Ci si conosceva tutti. Dal piano terra al terzo piano. Entravi e uscivi nelle case dei vicini, si cresceva insieme. Un giorno alla settimana, arrivava una persona da fuori quartiere e si fermava a mangiare a turno dalle famiglie». A volte neppure un piatto di lasagne era motivo sufficiente per magiare nella propria casa: «Mia mamma era un’ottima cuoca, ma a volte anche se cucinava piatti golosi, preferivo andare dalla Teresa a mangiare un piatto di pasta in bianco. Così come il bere l’acqua era un rituale. La signora Teresa aveva un meraviglioso lavandino in pietra e si beveva con un mestolo di rame. L’acqua sembrava che avesse tutto un altro sapore. Era diventata una tradizione». Un tempo non lontano eppure così distante, in cui fratellanza e unione erano un modo di vivere, un modo di essere. «Noi ragazzi giocavamo sempre insieme: tra le grandi aiuole organizzavamo i tornei di biglie, le partite a pallone». Ed esattamente come nel romanzo, anche ai Mulini degli Orti c’erano due bande: quella verso via Cristoforo Colombo e quella verso il Corpus Domini. E, in inverno, quando arrivava la neve, arrivavano anche le battaglie. «Il venerdì mattina arrivava un uomo con la bicicletta e un portapacchi davanti e dietro con due casette di legno. Dentro c’erano pesci del mare e del fiume: “Viva il pesce, abbiamo le sardine del mare” gridava. Noi ragazzi ci fermavamo e andavamo a curiosare. Poi arrivava il signore che aggiustava gli ombrelli e infine quello della “Mola mola mola, moletta”, l’arrotino. Ma la cosa più bella era il volersi bene, il collaborare. Io ero il figlio della maestra e questo mi costava parecchio perché quando con la banda facevamo qualcosa ero sempre guardato con sospetto... Andavamo insieme a scuola e tornavamo sempre insieme». Nella zona del quartiere in quegli anni erano insediati grandi stabilimenti, dal zuccherificio al cementificio. Negli orari di entrata e uscita degli operai suonavano le sirene e, per i ragazzi, il momento era magico: «Ricordo ancora che un mattina tutti i cani - ce ne erano parecchi - hanno iniziato ad abbaiare e ululare. Ci hanno svegliato tutti e tutti ci siamo preoccupati. Qualche ora dopo, a scuola, abbiamo saputo che più o meno nell’ora in cui i cani si agitavano era crollata la diga del Vajont. E’ stato un episodio che non dimenticheremo mai». Porte aperte, una grande famiglia, un’unica casa, un forte senso di appartenenza. Proprio come oggi che, quando stai per uscire di casa e senti che sul pianerottolo c’è un vicino, chiudi la porta e aspetti che se ne vada…«Negli anni le cose sono precipitate nel segno della diffidenza, della mancanza di rispetto degli altri, del coltivare il proprio orticello a discapito degli altri e, soprattutto, dell’indifferenza. Ma per noi, che siamo stati i ragazzi delle case popolari, aver vissuto in quei quartieri è motivo di orgoglio. Ancora oggi. E nessuno potrà mai portarcelo via».

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Acernews Dicembre 2018 ultima modifica: 2018-12-01T12:38:40+00:00 da Sabrina Coronella
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